Le nostre opere sono suddivise per intensità erotica, da uno a tre cuori ♥

COLLANA: Narrativa erotica rosa

♥♥ eros salato

Nota dell’editore

Gentili lettrici, gentili lettori

Desidero informarvi che il romanzo che state per leggere, pur essendo ricco di scene di sesso come è giusto che accada in un romanzo di narrativa erotica, presenta una terminologia non “volgare”. Uso le virgolette in quanto il senso di volgarità varia molto a seconda di chi legge. Dico questo per avvisare sia chi ama i termini erotici lievi, fatti più da perifrasi che da crude parole, sia chi invece gradisce quelli più forti. Di sicuro è molto ben scritto e se è pubblicato da Eroscultura, è certamente erotico, eccitante, piacevole. Buona lettura.

Capitolo 1

 

Salii le scale nel silenzio di una mattina qualunque. L’ufficio era deserto, si sentiva solo il suono dei miei tacchi riecheggiare lungo i corridoi. Ero sola, gli altri sarebbero arrivati tra un’ora, ma avevo del lavoro da terminare prima della riunione delle dieci. Di nuovo.

Da qualche tempo, infatti, pareva che il nuovo capo si divertisse, con sadica insistenza, a sobbarcarmi di lavoro. Usava la scusa delle mie fantomatiche competenze e capacità, ma secondo me era solo una ripicca perché con masochistica ostinazione continuavo a respingere le sue avances, cosa alla quale non era per niente abituato, e cosa per niente semplice, da parte mia, visto il suo carisma, il suo destabilizzante fare, autoritario e adulatorio al tempo stesso, e visto il suo corpo sexy da paura.

Paura, di non essere abbastanza forte per riuscire a resistergli. Paura di rimanere intrappolata nella sua orbita di promesse di incontenibile piacere che mi attraeva come una mosca col miele.

Mi affacciai sul pianerottolo. Il suo ufficio era vuoto, la luce era spenta. Lui non c’era. Probabilmente se la starà spassando con la sua assistente di turno. Pensai.

Attraversai il corridoio sollevata di non dover fuggire da quello sguardo ardente che pareva risucchiarmi l’anima, e proseguii verso la mia scrivania, ma non appena superai lo sgabuzzino della cancelleria, una ferrea stretta mi afferrò per la vita e mi trascinò all’interno di quel camerino buio.

Non ebbi il tempo di gridare, di oppormi e nemmeno di respirare che la porta si chiuse e due labbra calde, morbide, ansiose, si scagliarono sulla mia bocca, zittendomi definitivamente.

Patrick mi aveva teso un agguato. Stufo della mia indecisione e delle mie resistenze aveva giocato la carta della sorpresa, della forza e della prepotenza. Con prepotenza quella lingua si intrufolò nella mia bocca, con prepotenza le sue mani entrarono nella mia carne, mi sbottonarono la camicetta, mi palparono i seni e violarono le mie mutandine.

Stretta in quell’angolo buio cercai di oppormi a quella furia animalesca, cercai di resistere a quell’incontenibile passione che mi stava travolgendo. Cercai di essere più forte delle mie voglie. Io ci provai, lo giuro! Ma come si fa a resistere a qualcosa di così piacevole che ti esplode nelle viscere?  Qualcosa di così maledettamente eccitante da annullare tutto il resto? Non si può.

La verità, però, è che non mi opposi a quel bacio. Non cercai minimamente di oppormi a quelle labbra e a quella lingua che violavano la mia bocca, e non mi opposi a quelle mani che affondavano nella mia carne. Io volevo quel bacio, lo volevo con tutta me stessa insieme a tutto quello che venne dopo.

Mi fiondai io stessa su quelle labbra che per tanto tempo avevo finto di non volere, le divorai, le succhiai sfogando tutta l’eccitazione repressa, fregandomene di tutto quello che c’era fuori da quella porta.

Il suo profumo s’insinuava nelle mie narici, il suo sapore mi riempiva la bocca, ma io ne volevo di più. Io volevo tutto.

Litigai coi bottoni della sua camicia e vittoriosa gliela scagliai a terra. Nel buio di quello sgabuzzino non riuscii a vedere chiaramente il suo petto nudo, ma avevo talmente fantasticato su quei muscoli che non fece alcuna differenza. Le mie mani sondarono quel torso tonico, gli addominali scolpiti, le braccia tornite e la schiena possente che prometteva di reggere ore di sesso sfrenato.

Forse era proprio quel buio che aveva permesso alla parte più porca di schizzare fuori. La luce, forse, avrebbe inibito le mie pulsioni, forse. O forse no, non sarebbe cambiato nulla.

Patrick si allontanò dalla mia bocca per scorrere con le labbra tutto il mio corpo. Scivolò dietro il mio orecchio e lungo il mio collo. Il ventre mi si contorse per l’eccitazione. Lui arrivò ai miei seni, succhiò i capezzoli portando via il veleno di ogni remora, li mordicchiò incendiando le mie voglie e li titillò con la sua lingua esperta. Gemetti sopraffatta mentre le sue dita correvano sul mio ventre, intrufolandosi nel tanga e immergendosi negli umori che stavano annegando il mio sesso.

L’eccitazione si nutre di eccitazione.

Sentivo la sua voglia di me gonfiarsi fra le sue gambe e ingigantire la mia, già straripante: voglia di lui. Liberai il suo sesso dai jeans e lo afferrai. Era così fiero e vigoroso che desiderai di averlo dentro di me subito, in quello stesso istante. Ma Patrick aveva altri piani.

Mi fece salire sul tavolino dietro di me, mi sfilò definitivamente la gonna e il tanga, e si chinò fra le mie gambe. Non riuscii più a contenermi. I miei gemiti sommessi divennero sempre più forti e selvaggi esattamente come il piacere che, come una scarica elettrica, percorreva tutto il mio corpo. Godevo per quella lingua, che sapientemente si muoveva fra le mie cosce sapendo esattamente dove andar giù deciso e dove invece essere più delicato. Allargai di più le gambe per offrirgli il mio frutto prelibato in tutto il suo splendore. Volevo che lo assaporasse, che lo divorasse per l’eternità, mai sazio di me.

Mi penetrò con la sua lingua, succhiò le mie labbra, stuzzicò il perineo, coccolò il clitoride fin quando il mio piacere esplose nella sua bocca.

Il cuore mi batteva all’impazzata, avevo il fiato corto come dopo una folle corsa, ma la mia voglia di lui non era passata, e lui lo sapeva. Continuò a baciarmi delicatamente preparandomi per il piatto forte.

La sua bocca risalì il mio corpo, indugiò sui miei seni e approdò sulla mia bocca. Afferrai la sua testa trattenendolo a me, perdendomi nelle sue labbra e succhiando quella lingua, che ancora sapeva di me e che mi aveva fatto godere poco prima.

Sentivo i suoi rantoli infoiati, le sue braccia forti strette al mio corpo, le sue mani avide sulla mia schiena e sul mio seno.

Ero pronta per accoglierlo, affamata di lui, del suo corpo, del suo sesso. Volevo che mi esplodesse dentro, che godesse di me e con me. Volevo diventare per lui insostituibile e irrinunciabile.

Sentivo il suo vigore premere fra le mie gambe ancora intorpidite dall’orgasmo, la sua pelle contro la mia pelle, finché mi scivolò dentro per non uscirne più.

Reclinai la testa, inarcai la schiena in preda a spasmi di piacere che mi arricciavano le dita dei piedi. Le sue mani aggrappate alle mie cosce, il suo bacino contro il mio. Ogni colpo secco e deciso era un passo verso il Paradiso.

I miei gemiti divennero vere e proprie urla che Patrick tentò di attutire mettendomi una mano davanti alla bocca, ma in quel momento non m’importava che le mie grida di piacere si sentissero oltre quella soglia dove la luce del sole batteva sul mondo. Anzi, che sentissero pure e che assistessero a quella scopata da Oscar.

Osannai Dio e soprattutto pregai lui di non fermarsi e di scoparmi sempre più forte fin quando il secondo orgasmo arrivò con ancor più violenza del primo.

Ero esausta, ma tremendamente felice e appagata.

«Sei un porco» sussurrai maliziosa, vedendo la sua sagoma muoversi nell’ombra.

«E tu sei una gran troia – rispose avventandosi ancora sulle mie labbra – e questo lo tengo io.»

Aveva raccolto il mio tanga e se l’era infilato nel taschino della giacca.

«Ma non posso restare tutto il giorno in ufficio senza niente sotto» protestai.

«Oh, sì che puoi. – replicò – ed è proprio ciò che farai.»

Furono le ultime parole che mi disse prima di uscire da quell’alcova improvvisata e immergersi nella routine di un’altra giornata di lavoro.

Fu così che tutto ebbe inizio.

 

 

Capitolo 2

Rimasta sola, in quello sgabuzzino buio, svestita e senza più nemmeno il tanga da mettermi, cominciai a fare i conti col senso di colpa. Lo stesso stramaledetto senso di colpa che ti assale quando assecondi l’istinto, quando egoisticamente ti lasci andare alle tue pulsioni fregandotene di tutto il resto.

Prima di uscire, però, non riuscii a fare a meno di scivolare là sotto, indugiando dove prima c’era stato Patrick. Raccolsi i miei umori mischiati a ciò che restava della sua esplosione di piacere e me li portai alla bocca succhiando tutto.

Scivolai mestamente fuori dallo sgabuzzino pregando che nessuno si fosse accorto di nulla.

Se durante quell’incontenibile orgasmo volevo che ogni essere vivente assistesse a quell’apoteosi di piacere, ora speravo di risvegliarmi rendendomi conto che non era stato altro che un sogno.

Raggiunsi la mia scrivania cercando di essere il più normale possibile, ma ciò che accadeva fra le mie gambe me lo rendeva decisamente difficile. L’aria accarezzava il mio sesso umido e camminare senza slip era terribilmente piacevole. Era come se senza quel piccolo pezzo di stoffa la mia parte più porca fosse libera di spadroneggiare a suo piacimento.

Percorsi il corridoio sentendomi addosso gli occhi penetranti di Patrick. Il suo ufficio dominava su tutto. Avrei voluto essere infuriata con lui per quello che mi aveva fatto, ma non ci riuscii. Come potevo infuriarmi con chi mi aveva fatto godere così? Me la presi invece con me stessa e con la mia assoluta mancanza di controllo. Dov’erano finiti i miei freni inibitori? Patrick li aveva decisamente manomessi.

Mi sedetti alla mia postazione sapendo di essere in un ritardo pazzesco per terminare la relazione per la riunione delle dieci. Certo il mio capo non ne avrebbe fatto un dramma, visto che la causa della mia negligenza era proprio lui, ma come mi sarei giustificata agli occhi dei miei colleghi? Oltretutto non ero certo nello spirito adatto per concentrarmi su quel noioso stuolo di numeri.

Quando aprii il cassetto, però, notai una cartellina in cartoncino verde intitolata “Relazione”.

L’afferrai e l’aprii. Era esattamente ciò che avrei dovuto presentare alla riunione. Qualcuno aveva fatto il lavoro per me.

Sollevai lo sguardo frugando fra le persiane semi aperte che nascondevano l’ufficio di Patrick. Feci appena in tempo a vedere la sua sagoma scura, poi si trincerò dietro quelle asticelle d’alluminio. Era stato lui. Aveva calcolato tutto. Mi aveva assegnato quell’incarico all’ultimo secondo sapendo che poi, per ultimarlo, avrei dovuto recarmi prima in ufficio avendomi così tutta per sé, e io c’ero cascata come una pera cotta.

Figlio di puttana. Pensai sorridendo.

Avrei voluto licenziarmi da quel posto. Sarei voluta fuggire e scappare il più lontano possibile da quell’uomo perché sapevo di non essere abbastanza forte per respingerlo, soprattutto ora che avevo assaggiato il piacere che era in grado di darmi, ma come avrei giustificato quella decisione? E trovare un altro lavoro in breve tempo sarebbe stato impossibile.

No, avrei dovuto troncare tutto, potevo farcela. Cercai di convincermi che sarei stata in grado di farlo. Ma quando ripesavo a quegli orgasmi mi rendevo conto che non avrei più potuto fare a meno di lui.

Lui era così diverso. Io stessa ero diversa con lui.

«Denise è tutto ok?» I miei disordini mentali non erano passati inosservati alla mia dirimpettaia di scrivania. Ero talmente presa dalle mie elucubrazioni che non mi ero nemmeno accorta del suo arrivo.

«Oh, ciao Hanna, sì, sì, va tutto bene. – mentii sfoderando il mio sorriso migliore – è solo che questa relazione mi manda in tilt, ma ormai l’ho conclusa.» Alzai vittoriosa la cartellina verde.

«Giusto in tempo! – rispose lei, sollevata per me – perché la riunione sta giusto per iniziare. È meglio se ti sbrighi.»

Era giunto il momento. Dovevo presentarmi a una stramaledetta riunione di cui non me ne importava un accidente, fingendo che quella mattina non fosse accaduto proprio nulla. Non ce l’avrei mai fatta.

«Salve Signora White. – esordì Patrick quando mi presentai alla riunione, affogando il mio cuore con quel suo sguardo spavaldo – vedo che è riuscita a completare la relazione. Brava, sapevo di poter contare su di lei.» Concluse, distogliendo freddamente lo sguardo.

Mi dava del “Lei” come se niente fosse. Mi venne la nausea.

Io mi sentivo morire per l’imbarazzo e lui, invece, si comportava come se davvero non fosse accaduto nulla.

Non udii una parola di quella riunione. Ero troppo impegnata ad ascoltare le mie paranoie. Avrei voluto che la sua indifferenza mi facesse sentire sollevata, in fondo era quello che volevo: che tutto tornasse come prima, che quella faccenda non fosse stata altro che un singolo errore presto dimenticato. Che non mi cercasse più, che non mi desiderasse più, che mi lasciasse in pace. Era questo che volevo, no? Invece la sua indifferenza mi mandava in bestia. Come poteva far finta di nulla dopo la scopata apocalittica di appena due ore prima? C’era solo una spiegazione: mi aveva usata per i suoi porci comodi per poi scaricarmi come il seme che ancora mi colava fra le cosce. Mi sentii umiliata, schifata di me stessa per essermi piegata come una stupida alle mie voglie. Ero solo un altro oggetto che aveva aggiunto alla sua collezione, un’altra avventura da raccontare agli amici. Null’altro che questo. Una stupida puttana.

Poi notai qualcosa sbucare dal suo taschino. Un piccolo lembo di pizzo blu: era il mio tanga.

 

 

Capitolo 3

Per tutto il resto del giorno lottai con e contro me stessa. Una guerra persa in partenza.

Ero combattuta fra la mia parte razionale, che mi imponeva di troncare tutto, e la parte che invece a questo si opponeva con tutte le forze, perché non voleva rinunciare a quel piacere così sublime provato quella mattina.

Quando il telefono squillò, ebbi un sussulto. Con la mano tremante sollevai la cornetta.

«Vieni!» Imperò la voce all’altro capo del filo e riattaccò senza aggiungere altro.

Era Patrick.

Basta! Pensai. Era giunto il momento di troncare tutto. Sarei andata da lui, glielo avrei detto e me ne sarei andata, e se avesse fatto storie mi sarei licenziata. Non avrei sopportato di vivere un altro giorno asfissiata dal panico e da quel senso di colpa. Rivolevo la mia tranquillità, anche se noiosa e patetica.

Feci un grosso sospiro e andai incontro al mio destino.

Non appena entrai, esordii ancor prima che mi dicesse cosa voleva.

«Patrick, dobbiamo parlare!» Cercai di essere il più decisa possibile, ma la mia voce non volle saperne di sembrare risoluta.

«Certo! – rispose da dietro la mia schiena. Mi ero fiondata in quell’ufficio quasi a occhi chiusi, senza nemmeno vedere se fosse solo. Era dietro di me – ma non ora».

Infilò la mano sotto la mia gonna e mi penetrò con le dita. Soffocai in gola un gemito. Tutte le mie barriere crollarono e fui di nuovo schiava dei miei sensi.

«Vedo che ti eccita stare senza il tuo tanga.»

Se lo girò nella mano libera e se lo portò al viso annusandolo. Quel modo di fare così perverso e sporco mi piaceva da morire.

«Bene, perché dovrai imparare a farne a meno. Voglio saperti sempre nuda là sotto. – le sue labbra mi lambirono il collo – voglio saperti nuda per me.»

Famelico mi levò la gonna facendola scivolare a terra. Ero nuda, sotto la luce bianca che affogava il suo ufficio. Non c’era il buio dello sgabuzzino a celare le mie voglie. Erano lì, spiattellate davanti al mondo, talmente fiere e vittoriose da far fuggire il mio senso di colpa chissà dove.

«Quanto sei bella!» rantolò, gettando a terra il tanga e avventandosi sul mio seno.

Ero stretta a lui in una morsa di piacere.

Portò entrambe le mani fra le mie cosce e cominciò a massaggiare e massaggiare ovunque.

Ansimai per quelle dita che si muovevano dentro e fuori di me, che scorrevano fra le mie labbra, che premevano e che accarezzavano magistralmente i miei pertugi, già assaporando il momento in cui sarei esplosa di piacere. Lo volevo dentro di me come quella mattina, e volevo la sua bocca fra le mie gambe. Lui sfilò le dita e liberò il suo sesso gonfio di voglia. Si sedette sul divano in pelle e non esitai ad accontentarlo. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di avere un altro orgasmo da lui. Mi chinai fra le sue gambe e cominciai a leccare quel membro imponente dalla base, risalendo lentamente, stuzzicando la sua eccitazione e trattenendola nella mia bocca. Lo vezzeggiai, lo baciai e lo succhiai spingendolo più giù nella mia gola, ingoiando tutto il suo piacere, fiera dei gemiti che emetteva, fiera di farlo godere.

Non volevo aspettare. Fra le mie gambe c’era una festa in corso che non avevo intenzione di interrompere, così divaricai le gambe e con la mano libera raggiunsi il clitoride turgido e pulsante d’eccitazione. Con due dita lo liberai allargando le labbra e con l’altro lo massaggiai, lo titillai soffocando le mie urla di piacere sul suo sesso che mi riempiva la bocca.

Patrick si alzò e mi fece fare lo stesso. Baciandomi avidamente mi spinse verso la sua scrivania. Voleva prendermi là sopra.

 

[… continua …]
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